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LE MASCHERE

I SERVI

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Zanni lupo

Zanni

Zanni, Zani, Zane, Zan, Zuane, Zuan, Zagno, Zane, Zanin, Zuanin…Giovanni, Gianni, Juan, Joan, Joao, John, Jean, Hans… e poi Zagna, Zana, Zuana, Zuanina… il nome di tutto il popolo in un nome solo.
Altre interpretazioni del significato del nome sono forzose o fantasiose, per esempio quella che fa derivare Zanni da sannio, che è uno dei sinonimi latini di histrio, istrione, buffone, comico.

Nelle dizioni a sud dell’ Appennino tosco-emiliano il nome è chiaramente espresso: Gianni e Gian, che sono diminutivi di Giovanni. La “Z” alpino-padana dialettizza il nome ma non ne cambia la radice ed il significato.

Il nome Zanni è nome proprio di un servo della Commedia dell’Arte, storicamente il primo personaggio dell’Improvvisa, quando essa si rappresentava con piccoli gruppi di personaggi simili d’aspetto, maschera, comportamento ed anche nome, dove “Zan” è una sorta di prefisso uguale per tutti, seguito dal nome caratterizzante l’individuo: Zan Salciccia, Zan Frittello, Zan Tabacco, e via cosí. Ogni attore inventava il suo. Con questi personaggi, i primi attori dell’Arte rappresentavano brevi e cruente vicende di fame, furti, risse, in forma sfacciatamente spettacolare, chiamate ‘zannate’. Le zannate, o commedie zannesche, attuate da attori ‘zannanti’, è la forma originaria della Commedia dell’Arte, caratterizzata da questi personaggi che esasperavano formalmente i tipi sociali ben noti al pubblico, i montanari inurbati ed in perenne ricerca di un lavoro, di una casa, di cibo. Con l’evoluzione della Zannesca, dovuta soprattutto all’introduzione dell’attrice, della donna in scena, la drammaturgia elementare di riferimento si complica, si fa commedia in senso classico e i vari Zan diventano servi fissi dei diversi padroni.

Per estensione, usato come sostantivo, ‘zanni’ significa genericamente servo, il personaggio del servo nella Commedia dell’Arte, qualsiasi servo. Il nome proprio Zanni si usa dunque in scena, nella commedia, dove non ve n’è mai piú di uno, essendo assente dalla Commedia l’uso dell’omonimia fra piú personaggi nella stessa fabula. Il sostantivo ‘zanni’ è termine tecnico e non si usa in scena, nella rappresentazione. Un padrone, per esempio Pantalone, non chiama “il suo zanni”, ma chiama “il suo servo”; se il suo servo ha per nome Zanni, allora Pantalone chiama Zanni. Un attore può interpretare “uno zanni”, questo ‘zanni’ può chiamarsi Zanni oppure in altro modo. In scena potremmo avere dunque “molti zanni” i quali possono chiamarsi Zanni, Brighella, Franceschina, Truffaldino, oppure Zan Trivella, Zan Farina, Zagna, Zan Tager, interpretati da altrettanti artisti specialisti, ciascuno, del proprio ‘zanni’.

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Pulcinella faviano II

Pulcinella

II° zanni. Grande maschera della Commedia dell’Arte, Pulcinella – pulcino, pollastrello – costituisce la piú importante versione meridionale dello Zanni. Pulcinella oltre ad essere, sin dal suo apparire nei primi anni del Seicento. Un grande protagonista della scena comica, è anche il piú importante punto di riferimento per osservare e capire il processo di sopravvivenza storica dell’Improvvisa.

Mentre la Commedia strutturata scompare, di botto, dopo o per colpa della Rivoluzione Francese, vittima dell’odio verso i re ed i loro protetti – quindi anche verso i comici ed il loro teatro delle maschere – a Napoli ed in varie altre parti dell’Italia meridionale, specialmente in Calabria, Pulcinella resiste; e resiste proprio perché si mette a litigare su temi politici: era possibile vedere a Napoli, sulla stessa piazza, il pulcinella filoborbonico arringare la folla in concorrenza artistico-politica con l’altro Pulcinella, quello filorepubblicano. Insomma, se Pulcinella farà una brutta fine da una parte, trionferà dall’altra. Poi entra, unica maschera, nella commedia borghese dell’Ottocento e lí, al calduccio, continua ad esistere, maschera solitaria, privata dei grandi slanci del passato, ridotta – salvo grandi eccezioni, come Antonio Petito – a personaggetto battutaro. Ma la grande Maschera trova sfogo nella festa. In Calabria, la tradizione pulcinellesca è decisamente piú libera e articolata: ogni festa ha il suo Pulcinella, che agisce come solista attore – narratore – cantastorie – intrattenitore – funambolo –prestidigitatore – giocoliere, ma che è anche una sorta di regista della festa.

Oggi Pulcinella ha tanta, forse troppa storia per essere definito in un solo modo: è, pirandellianamente, uno nessuno e centomila. Ma chiunque sia, è il simbolo comico della piú urgente emergenza, della sopravvivenza pura e schietta. Per questo lui è tutti: da solo non ce la farebbe.

I VECCHI

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Pantalone classico

Magnifico

Magnifico, ossia magno, grande, generoso. A significare l’esatto contrario, poiché il Magnifico, in Commedia dell’Arte, è decisamente avaro. Ma a parte questo umanissimo difetto, il Magnifico rappresenta la massima autorità in famiglia; è colui che gestisce non soltanto l’economia, le finanze, ma anche il destino della casa e di chi ci vive; decide se pagare o no i servi (in genere propende per il no e non gli mancano mai le buone ragioni); decide se il figlio o la figlia (Innamorato o Innamorata) si sposerà, quando e con chi, dando sempre il via al grande dramma degli innamorati, che richiede poi quella soluzione che è materia dei tre atti della commedia, lungo i quali tradizionalmente si snoda.

‘Magnifico’ è dunque termine tecnico che indica quel carattere. Il nome proprio è determinato dal chi è linguistico-geografico: Pantalone se è veneziano, Stefanel Botarga se è milanese, Zanobio da Piombino se è toscano, il Biscegliese se è pugliese; e potrebbe essere un qualche “Pep” i alguna cosa mes, se lo facciamo catalano, od un “Mc” and something more, se lo facciamo scozzese. E cosí via, senza che il carattere, il comportamento, la funzione, cambino. Il piú famoso ed il piú presente storicamente è il Magnifico veneziano, Pantalone. Il nome, molto probabilmente, è la contrazione di “pianta il leone”, ossia il simbolo della Serenissima, di Venezia, della Repubblica di San Marco.

I mercanti veneziani “piantavano il leone” nei mercati mediterranei ed orientali, conquistavano il mondo aprendo fondachi e dominando le economíe. Il nostro Pantalone, dunque, è un mercante veneziano, un perfetto esemplare del dinamismo astuto, accorto e popolare ma anche orgoglioso, raffinato ed opulento della potente e meravigliosa città-stato.

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Dottor Plus Quam Perfectus

Dottor Plus Quam Perfectus

Classico dottore bolognofono con sovrapposizioni multilinguistiche. Gran tuttologo, “Grande vecchio”, padre di uno dei due innamorati, amico-nemico del Magnifico in eterno conflitto-complicità.
La maschera ha la struttura piú ridotta: la fronte ed il naso. La fronte è indispensabile come simbolo di genialità, il naso come centro comico della faccia.

Dottoresco in tutto, è in realtà una continuazione dell’antico ciarlatano che impone un sapere spettacolare ma a dir poco dubbio, forte dell’ignoranza altrui – degli altri personaggi – della quale è sempre certo, poiché di fatto sono tutti o piú ignoranti (servi e capitani) o terribilmente distratti da grandi gioie e grandi dolori per badare ai suoi strafalcioni (innamorati). Il pubblico riconosce a colpo sicuro il ciarlatano sfacciato e presuntuoso. Ma in qualcosa è grande, grande davvero: in gastronomia. Lí eccelle. E si esalta, si commuove, “sbrodola” nel descrivere la ricetta per esempio della vera lasagna e si scandalizza, si indigna, si infuria nel riportare certe barbariche varianti o certi ignobili procedimenti.

Il Dottore è la proiezione delle aspirazioni quanto piú possibile materiali di tutto un popolo di affamati che vede in lui, nella sua panza smisurata, nella sua pronuncia grassa, nel suo linguaggio che reinventa esplosivamente tutti i linguaggi, nelle sue esteriorizzazioni intestinali, debordanti come la sua gestualità, la realizzazione dei piú golosi e proibiti desiderî interiori: sí, poiché nel mondo delle maschere comiche l’interiorità, l’universo interiore, è lo stomaco, sempre troppo vuoto, mai troppo pieno, da rimpinzare fino a morire.

I CAPITANI (LES CAPITAINES)

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Capitano Spaventa

Capitano Spaventa

Colui che mette paura, che spaventa il nemico. Per esteso, nella versione di Francesco Andreini, si chiama Capitano Spaventa da Valle Inferna.
Il Capitano, in Commedia, è il guerriero, il bravaccio, il mercenario, l’uomo d’arme.

Gran combattente e grande amatore, è un eroe su ambo i fronti. Solitario, per motivi sia comico-poetici che funzionali. Fa coppia comica col suo servo, quando ce l’ha. È straniero, viene da lontano, ha visto tutto il mondo, vi ha visto cose che nessun altro può aver visto e vi ha fatto cose che nessun altro può aver fatto. Parla la sua lingua di straniero sospettosamente mescolata con quella del luogo (ossia, del pubblico). Naturalmente è un fanfarone, è il fanfarone per eccellenza; millantatore di straordinarie avventure, prodezze e prestazioni eroiche ed erotiche.

In realtà è un semplice ed un codardo. Ma questa terribile realtà, della quale lui ha vago ed inquieto sentore, va assolutamente tenuta nascosta. Esaspera la sua immagine virile e vincente per trarne vantaggi e soddisfazioni, ma forse soprattutto per nascondere l’intima verità, che lo fa soffrire terribilmente. È molto attuale, “nostro”, il Capitano. Ai tempi della Commedia storica tutti i suoi problemi relazionali si riassumevano in una parole: onore. Oggi la questione può apparirci risolta da parecchio tempo, ma non è cosí. Alcuni passaggi ci portano alla ridefinizione nostra: dall’onore al decoro, da questo alla dignità ed infine l’ “immagine”; è evidente che l’immagine ci concerne ed è altresí evidente che l’immagine è l’aggiornamento dell’onore. Il Capitano ha sempre avuto un problema di immagine. C’è dentro fino al collo in quel terribile problema.

Tutto il suo essere si muove nella direzione di dare di sé quell’immagine gloriosa e grandiosa senza la quale è finito, fallito, inesistente, morto. Ogni tentativo di imporre la sua immagine di sé costituisce un passo verso il disastro. Al suo primo apparire in scena il Capitano impressiona realmente gli altri personaggi, ma, ahilui, non regge la lunga durata e scivola fatalmente e rovinosamente verso la piú fangosa vergogna, fino alle legnate ed alla fuga finali. L’interprete del Capitano fornisce immediatamente al pubblico tutti i segnali comici che significano il destino del personaggio. Eppure, il Capitano gode di due straordinarie chances: è un grande affabulatore, le sue storie, benché pure millanterie, affascinano tutti, la sua visionarietà “utile” – utile alla sua sopravvivenza fisica e di immagine – è realmente grande, grandiosa.

Il Capitano non ha cultura, ma ha orecchio, cosí che una narrazione “da bar” si arricchisce di citazioni (dubbie) e di riferimenti culturali (incerti), preferibilmente di carattere mitologico. Il Capitano che ‘fa una bravura’ è un bellissimo esempio di teatro pensato per tutto il pubblico, tutti i livelli di comprensione e gradimento. Infatti la sua dimensione di eroe da taverna lo avvicina al pubblico equivalente, ma i contenuti di cultura sapientemente “orecchiata”, alzano via via il livello, fino ad imporsi ai palati piú fini. In questo senso, il Capitano è come dovrebbe essere – a nostro avviso – il teatro, tutto il teatro: chiaro, popolare (ossia, per tutti), divertente, raffinato; ed anche “problematico”, come lo è il Capitano.

Il Grande Affabulatore ha dunque questa dimensione dalla sua; ma anche un’altra: è un grande amatore. L’animale uomo di sesso maschile non falla. Delle sue doti amatorie ne gioisce – oltre a lui stesso – soprattutto la sua referente ed equivalente femminile, la Seconda Donna, o Signora, giovane, bella, spavalda, fanfarona come lui (ma non codarda, anzi, piuttosto aggressiva), moglie dell’irrimediabilmente, costituzionalmente cornuto Magnifico, oppure (che è lo stesso) Dottore. Va da sé che la Signora, sposando un vecchio, ha sposato il suo capitale, che ama tanto e del quale ostenta gli effetto, sviluppando lei il tema dello status con egual poetica e tematica del capitano in rapporto all’eroismo: entrambi hanno un problema di immagine.

Con la sua funzione di “intruso”, di “terzo incomodo”, il Capitano si porta addosso il marchio della colpevolezza ed il destino dello “smascheramento”. Si riavrà dallo svergognamento e dalla bastonatura finali quel tanto che basta per preparare un’uscita di scena durante la quale darà fondo alla sua mitomania che gli farà immaginare, terapeuticamente, un futuro di ben piú grandi glorie e trionfi.

MASCHERE SOCIALI

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Androgina

Androgyne

Androgino è maschera sia maschile che femminile. Maschera sociale, accessorio personale da mettere e togliere, usata dai personaggi “belli”: Innamorato (I° amoroso), Innamorata (Iª amorosa), Signora (IIª amorosa), Capitano non mascherato (II° amoroso).

L’Androgino è maschera di dissimulazione e serve a nascondere il volto per non farsi riconoscere: si usa in situazioni imbarazzanti, in clandestinità, in azioni segrete, o semplicemente per non essere costretti al rapporto con altri.

SATIRI

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Satiro gran cornuto

La Commedia dell’Arte non rappresentava solo commedie, solo teatro comico. Una parte del repertorio era di natura poetica: commedia pastorale, marinaresca, boschereccia. Facevano la loro apparizione personaggi mitologici, come satiri e ninfe, tritoni e sirene. Aggiustati ad uso e consumo di un rapporto attore-pubblico molto diretto, questi personaggi partecipavano agli intrighi amorosi e zanneschi della commedia propriamente detta.

Il Satiro “gran cornuto” è cosí chiamato per evidentissime ragioni. Questa maschera contiene elementi classicheggianti ma anche medievaleggianti, essendo vista dal pubblico piú come diavolo che come satiro.
Nel nostro lavoro, in allestimenti come nella scuola di teatro comico, le maschere dei satiri vengono studiate come esseri significanti le forze della natura ed agenti sempre e comunque: anche lo stato di immobilità rimanda a certi immobilismi sia naturali che sociali, coi quali i personaggi si trovano a dover fare i conti.
Il nostro satiro non parla, ma emette suoni molto espressivi e significativi.